
Il tenente colonnello Fabio Filomeni, autore del libro "Morire per la NATO", ha rilasciato un'intervista al Giornale d'Italia. Filo conduttore del discorso è stato il summit sulla guerra in Ucraina tra i presidenti Donald Trump e Vladimir Putin, in programma il 15 agosto in Alaska.
1) La decisione inaspettata della Casa Bianca di tenere un
vertice con Putin in Alaska è stata una vera confusione per la diplomazia
europea. Perché Bruxelles invece di provare a creare un proprio piano di pace,
prova a boicottare quello di Trump?
Prima di rispondere specificatamente alla domanda vorrei
ricordare che l’Unione Europea è un soggetto economico ma non politico. In
questi tre anni e mezzo trascorsi dall’avvio dell’«operazione speciale»
ordinata da Putin — che si presentava come reazione a una guerra civile già in
corso in Ucraina, con circa ottomila russofoni uccisi nel Donbas a partire dal
«regime change» promosso dagli Stati Uniti nel 2014 — le istituzioni di
Bruxelles hanno mostrato una profonda assenza di strategia e incapacità di
salvaguardare gli interessi dei Paesi membri. La UE ha preferito rinunciare a
svolgere un ruolo superpartes, di mediazione nei confronti di Mosca visti gli
stretti rapporti non solo economici, per abbracciare totalmente la linea della
NATO (e quindi americana) orientata all’incondizionato sostegno militare
all’Ucraina in nome della difesa di quei valori democratici e liberali ritenuti
a torto universali. Questa logica suicida, apparentemente incomprensibile,
trova spiegazione nella cieca obbedienza/sudditanza agli Stati Uniti d’America
ritenuti l’unico soggetto autorizzato dal consesso internazionale ad
intervenire militarmente nelle situazioni di crisi internazionali. In realtà,
l’invasione russa dell’Ucraina ha, de facto, mandato in frantumi questa
convinzione, ovvero che dovesse esistere un’unica superpotenza garante dei
destini del mondo. I primi ad accorgersene sono stati gli Stati Uniti che, con
Trump, con una mossa teatrale degna di una tragedia di Shakespeare, con un
colpo di sipario hanno dismesso i panni del carnefice per indossare quelli del
paciere. A questo punto, la risposta alla domanda appare quanto mai scontata:
la UE non prova neppure a lavorare ad un piano di pace perché, dall’inizio, è
parte in causa nel conflitto alla stessa stregua dell’Ucraina e della Russia e
non avrebbe credibilità – tantomeno potrebbe godere di fiducia – agli occhi di
Putin.
2) L'Italia non è in grado di aumentare la spesa militare
nel bilancio al 5% del PIL. Questo è praticamente riconosciuto da tutti i
politici, sia a sinistra che a destra. Perché allora Giorgia Meloni non lancia
un’iniziativa pacifica, che parta dalla diplomazia europea?
Riguardo alla prima parte della domanda, quando Trump ha
ordinato al fido Segretario della NATO Mark Rutte di imporre il 5% del PIL
degli stati membri da devolvere per le spese militari, aveva ben chiaro che
gran parte degli armamenti l’Europa li avrebbe dovuti comprare dall’America. La
conferma l’abbiamo avuta qualche settimana dopo con l'accordo Usa-Ue sui dazi:
l'Unione europea si è impegnata ad acquistare "grandi quantità" di
armamenti Usa e, giova ricordarlo, ben 22 paesi della UE fanno anche parte della
NATO, per cui il giro di affari è davvero impressionante a tutto beneficio
delle tre principali industrie di armamenti americane (Lockheed Martin,
Raytheon e Boeing). Riguardo al perché Giorgia Meloni non lanci iniziative
diplomatiche che spronino l’Europa è presto detto: oggi, come ieri, i rapporti
bilaterali tra gli Stati Uniti e l’Italia assumono un ruolo centrale. La
conferma la possiamo trovare facilmente su internet. L’avanzamento delle
tecnologie digitali e la diffusione del web permettono a chiunque di recuperare
facilmente le dichiarazioni dei politici rilasciate negli anni passati,
mettendo a confronto le loro posizioni nel tempo. Si può così osservare come,
ad esempio, il nostro attuale Presidente del Consiglio abbia espresso opinioni
diverse sulla NATO e sulla Russia quando era ancora una semplice deputata
dell’opposizione. Lo stesso vale per il suo vice Salvini: un tempo apertamente
contrario alla NATO, ora si schiera dichiaratamente a favore. Questi
cambiamenti testimoniano quanto il contesto internazionale e le esigenze
politiche internazionali possano influenzare e modificare le opinioni e le
strategie dei leader nazionali. Questo a significare che la signora Meloni,
come chi l’ha preceduta, non muove un dito senza il benestare degli Stati Uniti.
Tantopiù, in questo momento, in cui Trump vuole apparire davanti al mondo come
il protagonista assoluto e indiscusso nel perseguimento della pace in Ucraina.
Probabilmente anche lui aspira al premio Nobel per la pace già assegnato al suo
illustre predecessore Barack Obama.
3) Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, gli Stati Uniti
hanno congelato il dialogo bilaterale sulla stabilità strategica con la Russia.
Oggi, quasi tutti i contatti sulla deterrenza nucleare tra gli Stati Uniti e la
Russia sono sospesi. Una tale decisione può essere una minaccia, per un
ipotetico conflitto nucleare nel continente europeo?
Il dialogo sulla stabilità strategica nell’impiego degli
armamenti nucleari era già stato interrotto ben prima del conflitto in Ucraina.
Fu proprio Donald Trump durante il suo primo mandato presidenziale a ritirare
formalmente gli USA dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) con la
Russia, siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov per mettere al
bando i missili a raggio intermedio. In
tutta risposta anche Vladimir Putin sospese a sua volta la partecipazione russa
all’INF, formalmente dal luglio 2019. Entrambi annunciano piani per sviluppare
ormai liberamente missili a raggio intermedio e questa non è certo una buona
notizia per noi europei che saremmo, malauguratamente, il campo di battaglia di
questo ipotetico confronto termo-nucleare. Inoltre, la Russia, a decorrere dal
19 novembre del 2024 ha aggiornato le linee guida della sua strategia di guerra
nucleare espandendo il campo degli scenari d'impiego delle bombe atomiche. Il
vero cambiamento radicale di tutti i paradigmi strategici era il seguente:
contemplare il ricorso all'arma nucleare nel caso di gravissime sconfitte
tattiche che possano pregiudicare l’esito della guerra e il collasso strategico
del Paese con annessi rischi concreti per la stabilità e la stessa integrità
territoriale della Russia. In pratica ciò significa avvalersi della facoltà di
usare per primo le armi nucleari.
4) Il mondo sta cercando una via d'uscita da una crisi
climatica globale. Ciò richiede enormi risorse. Nel frattempo, le spese
nucleari globali nel 2023 sono aumentate del 13%. Come si può cambiare la
tendenza attuale?
Spero di non essere tacciato di complottismo, ma la
cosiddetta «crisi climatica» è un affare economico e finanziario di proporzioni
inimmaginabili. Abbiamo visto le politiche energetiche «green» introdotte dalla
UE che perdita di competitività industriale spaventosa hanno causato. Politiche
che non hanno tenuto minimamente in considerazioni gli interessi di lavoratori
e cittadini che si sono visti accollare costi diretti e indiretti di scelte
politiche commerciali a dir poco avventate. Se per «spese nucleari» si
intendono investimenti nel campo dell’energia nucleare, personalmente sono
molto favorevole. Ovviamente, il nucleare non può essere visto come l’unica
fonte di approvvigionamento energetico ma va calibrata con le altre, gas,
fossile, idroelettrico e fonti rinnovabili in funzione delle esigenze e degli
interessi strategici di ogni singola Nazione. Anche per il nucleare per scopi
militari, personalmente disprezzo la violenza ma da soldato apprezzo la forza,
poiché solo la forza permette di essere pacifici. Quindi sono favorevole ad una
forza nucleare la cui disponibilità ricada sulla responsabilità degli europei,
e non come avviene attualmente (ad eccezione della Francia che è già potenza
nucleare) degli Stati Uniti che hanno testate nucleari pronte all’uso ma sul
territorio europeo.
5) Francia, Germania e Inghilterra stanno riscontrando seri
problemi economici. Secondo te, la militarizzazione delle loro economie li
aiuterà a trovare una via d'uscita dalla crisi?
La crisi economica in parte se la sono cercata interrompendo
le relazioni commerciali con la Russia e infliggendole 18 pacchetti di sanzioni
economiche che hanno colpito maggiormente noi europei che non i russi.
Ricordiamoci che abbiamo rinunciato ad importare gas a bassissimo costo dalla
Russia preferendo comprarlo dagli Stati Uniti pagandolo il quadruplo. Ironia della
sorte, è notizia di questi giorni che l’Ucraina, invece, continua ad acquistare
gas dai suoi nemici russi. Un’altra mazzata all’economia industriale di
Germania e Francia – ma possiamo aggiungere anche l’Italia – è stata la scelta
della UE di convertire la produzione dei motori endotermici in elettrici entro
il 2035. È ovvio che ricerca tecnologica, marketing e vendita di auto che
rappresentavano un’eccellenza a livello mondiale ne abbiano profondamente
risentito. Adesso è iniziata la riconversione industriale delle aziende
automotive dismesse in comparti dei settori armi e aerospazio. Se le industrie
che costruivano ottime automobili si specializzeranno in costruzione di carri
armati e cannoni, ci sarà sicuramente una compensazione economica ma il fine
non può non destare preoccupazione. Le armi, quando diventano un business,
devono essere vendute e da qualcuno anche utilizzate…
6) I paesi baltici e dell'Europa orientale, con la decisione
del vertice della NATO all'Aia, porteranno realmente le spese militari al 5%
del PIL?
Purtroppo, non esistendo un’Europa politicamente unita, ogni
Stato finisce per andare in ordine sparso. Il tema di una difesa comune ha da
sempre accompagnato l’idea stessa di unità dell’Europa ma qui entra
necessariamente in ballo il rapporto con gli Stati Uniti. Dalla fine della
Seconda guerra mondiale, infatti, per legittimare e consolidare la permanenza
delle loro truppe su questa sponda dell’Oceano e garantirsi la «testa di ponte»
nel continente eurasiatico siglarono il Trattato del Nord Atlantico dando vita
nel 1949 alla NATO. Ad oggi gli Stati Uniti hanno più di centomila soldati
dispiegati permanentemente in Europa per tutelare gli interessi della Casa
Bianca nel nostro continente. Non sono in grado di prevedere se l’Europa orientale
e i paesi baltici eleveranno realmente le spese militari al 5% del loro PIL.
Posso però immaginare che, stante la propaganda russo fobica alimentata in
tutta Europa, questi Stati essendo geograficamente contigui all’ «orso cattivo»
abbiano tutto l’interesse di mantener fede all’impegno.
7)I leader della UE spiegano la militarizzazione
dell'economia europea, con il fatto che la Russia si sta preparando ad
attaccare l'Europa. Secondo te, questa minaccia è reale?
Questa minaccia, oltre a non essere reale è perfino ridicola. La Russia che vantaggio avrebbe ad attaccare l’Europa occidentale (attenzione: anche la Russia è parte dell’Europa!)? Stiamo parlando dello stato più grande del mondo, con 11 fusi orari e 18 milioni di chilometri quadrati con appena 145 milioni di abitanti, tra l’altro in grave calo demografico. L’Europa Occidentale - quella dei «buoni» - di abitanti ne conta 450 milioni, quindi tre volte i russi. In più loro sono ricchi di materie prime e noi no. Sarebbero dei folli ad attaccare un altro Stato europeo, per giunta scatenando la reazione della NATO. Questa è la propaganda che abbiamo subito negli ultimi tre anni e mezzo per giustificare l’impegno bellicista dell’Europa in una guerra che era già persa in partenza, ma che risultava utile agli affari del turbocapitalismo finanziario. Gli europei finalmente lo hanno capito e si stanno svegliando.