AFRICA AL CENTRO DELLA COMPETIZIONE GEOPOLITICA: CINA STATI UNITI E RUOLO DELLE POTENZE EMERGENTI
Negli ultimi dieci anni, l'Africa è diventata un palcoscenico di intensa competizione tra le grandi potenze globali, che mirano a espandere la loro influenza geopolitica, a stipulare accordi commerciali, a stabilire partnership militari e a sfruttare le ricche risorse naturali del continente. Questa competizione è motivata da fattori strategici, economici e geopolitici, e riflette l'importanza cruciale dell'Africa nell'ordine mondiale attuale.
Il continente africano detiene risorse minerarie fondamentali: rappresenta il 40% dell'oro mondiale, il 90% del cromo e del platino, con ingenti riserve di cobalto, diamanti e uranio. Soprattutto, il cobalto è essenziale per le industrie tecnologiche avanzate, come quelle legate alla produzione di batterie per veicoli elettrici e dispositivi elettronici, rendendo l'Africa un attore chiave nel mercato globale.
Dopo la pandemia, si è assistito a un mutamento significativo nell'ordine mondiale, con un crescente coinvolgimento dei paesi emergenti, noti come BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), che esercitano un ruolo sempre più determinante in Africa. Accanto a Stati Uniti e Cina, che tradizionalmente hanno avuto una forte influenza nel continente, anche potenze come Giappone e Turchia hanno aumentato la loro presenza militare e diplomatica.
La Turchia, ad esempio, ha investito in progetti infrastrutturali e ha stabilito alleanze strategiche con vari paesi africani, mentre il Giappone ha promosso iniziative di sviluppo e cooperazione economica. La Russia, dal canto suo, ha offerto supporto militare attraverso accordi con diversi stati africani, cercando di espandere la propria sfera di influenza.
Questo panorama di competizione geopolitica ha anche avuto un impatto sulle dinamiche interne dei paesi africani, molti dei quali cercano di navigare tra le pressioni delle potenze globali, cercando di bilanciare le loro alleanze e massimizzare i benefici derivanti da queste interazioni.
In sintesi, l'Africa sta diventando sempre più centrale nell'equilibrio geopolitico globale, con le grandi potenze che competono per accaparrarsi risorse strategiche e influenzare le politiche dei paesi africani. Questo scenario presenta opportunità e sfide significative per il continente, che deve gestire le proprie relazioni internazionali in un contesto di crescente complessità.
La competizione geopolitica in Africa tra Cina e Stati Uniti sta raggiungendo livelli senza precedenti, con la Cina che cerca attivamente di spodestare gli Stati Uniti dalla loro storica influenza nel continente. Questa dinamica è accentuata dall'emergere della Russia come attore significativo, che ha assunto un ruolo di disturbatore degli interessi occidentali, in particolare quelli della Francia nell'Africa occidentale e nella regione del Sahel.
La Cina ha dimostrato una determinazione strategica a investire in Africa, promuovendo progetti infrastrutturali e offrendo prestiti ai paesi africani. Un esempio recente è il vertice di Pechino, dove la Cina ha promesso 50 miliardi di dollari per finanziare investimenti e prestiti in Africa, consolidando la sua posizione come principale investitore nel continente. Nel 2023, il volume commerciale tra Cina e Africa ha raggiunto i 282 miliardi di dollari, principalmente attraverso metalli, prodotti minerali e combustibili. Gli investimenti diretti esteri cinesi sono passati da 75 milioni di dollari nel 2003 a 5 miliardi di dollari nel 2022, evidenziando l'enorme crescita dell'influenza economica cinese.
D'altra parte, gli Stati Uniti mantengono una forte presenza militare e diplomatica in vari paesi africani, ma la loro influenza è stata messa in discussione dalla crescente penetrazione cinese. Con l'amministrazione Biden, gli Stati Uniti hanno tentato di recuperare posizioni, finanziando 15 sovvenzioni per la preparazione di progetti e destinando 3,4 miliardi di dollari per infrastrutture in tutto il continente. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno spesso concentrato la loro attenzione su altre regioni, come il Medio Oriente e l'Asia-Pacifico, lasciando spazio alla Cina per consolidare la propria influenza in Africa.
La presenza russa nella regione ha aggiunto un ulteriore elemento di complessità. Mosca ha cercato di sfruttare il malcontento verso le potenze occidentali, offrendo supporto militare e cooperazione strategica a paesi come il Mali e il Burkina Faso. Questa strategia ha contribuito a minare l'influenza francese e occidentale, portando a una riorganizzazione delle alleanze geopolitiche.
Tuttavia, sorge la questione di quali vantaggi l'Africa possa trarre da questa competizione tra superpoteri. La vitalità geopolitica potrebbe offrire opportunità per gli stati africani di negoziare migliori condizioni e accordi più favorevoli, sfruttando le rivalità tra Cina e Stati Uniti. Ciò potrebbe tradursi in investimenti maggiori e in progetti di sviluppo più sostenibili, ma rimane da vedere se tali opportunità si concretizzeranno senza generare anche rischi, come una potenziale crisi del debito a causa di prestiti non sostenibili.
In conclusione, l'Africa si trova al centro di una competizione geopolitica tra grandi potenze, con Cina e Stati Uniti che si sfidano per affermare la loro influenza. Questa dinamica offre opportunità ma comporta anche sfide significative per i paesi africani, i quali devono navigare in un mare di interessi contrastanti per massimizzare i benefici a lungo termine.
*Una Nuova Guerra Fredda?**
Negli ultimi decenni, l'Africa è diventata un luogo di intensa competizione tra le grandi potenze. La presenza della Cina nel continente si è espansa economicamente e in termini di impegni politici. Questa rivalità ha portato a parlare di una nuova guerra fredda, che potrebbe generare nuove alleanze o blocchi, senza necessariamente apportare benefici ai paesi africani, spesso succubi di politiche neo-imperialiste che non producono effetti positivi per le martoriate popolazioni locali.
Alcuni autori contestano la definizione di "nuova guerra fredda", ma è indubbio che l'Africa oggi rappresenti uno dei campi di battaglia nella contesa tra l'Occidente geopolitico e l'asse euroasiatico, il cui nucleo centrale è rappresentato dalla Cina. È ampiamente riconosciuto che dalla fine degli anni 2000 sia iniziata una nuova corsa per l'Africa, che si è evoluta da un piano geo-economico a uno più ampiamente strategico. Le potenze globali hanno quindi interessi diversificati, che includono l'accesso alle risorse, ai mercati e alla sicurezza.
È noto che la stragrande maggioranza delle risorse dell'Africa consiste in materie prime, tra cui combustibili fossili e minerali strategici, essenziali per la cosiddetta Green Economy. Un esempio emblematico è il cobalto, fondamentale non solo per la produzione di smartphone, ma anche per le batterie delle auto elettriche. Si stima che il 70% delle riserve globali di cobalto si trovi nella Repubblica Democratica del Congo
L'Africa rappresenta anche un mercato per i prodotti manifatturieri, considerando che la popolazione in rapida crescita ammonta a 1,4 miliardi di persone. Tra i progetti più significativi che hanno avuto successo nel continente, spiccano le iniziative di costruzione, con aziende cinesi che hanno guadagnato un terzo del loro fatturato totale all'estero in Africa. Infatti, il 70% delle infrastrutture a banda larga in Africa è realizzato da aziende cinesi.
Potremmo quindi affermare che oggi la competizione tra l'Occidente e l'asse russo-asiatico si concentra maggiormente sulla fornitura di reti tecnologiche, infrastrutture e finanziamenti, piuttosto che sul controllo territoriale, come avveniva nella vecchia guerra fredda.
È importante notare che durante il suo primo mandato, il presidente Donald Trump si era in gran parte disimpegnato dall'Africa, adottando un approccio politico definito "America First". Anche la Francia ha ritirato le sue truppe dal Mali nel 2022, a causa del deterioramento dei rapporti con la giunta militare. Oggi, la nuova alleanza degli stati del Sahel, guidata dai governi militari di Niger, Mali e Burkina Faso, ha espresso chiaramente il desiderio di liberare il continente dagli interessi neocoloniali francesi e di altri poteri occidentali, compresi gli Stati Uniti, che hanno ritirato le loro truppe dal Niger.
La nuova amministrazione Trump, nel suo secondo mandato, sembra avere obiettivi diversi rispetto al passato, ma è comunque evidente che molti stati africani si sono rivolti alla Russia per ottenere cooperazione in materia di sicurezza, in cambio di vantaggi politici. È interessante notare, ad esempio, che la giunta militare del Mali si è astenuta da una votazione alle Nazioni Unite per condannare l'invasione russa dell'Ucraina.
*Geopolitica Africana: La Crescita della Presenza Russa e le Sfide Cinesi**
Il crescente ruolo della Russia in Africa si manifesta, tra l'altro, nel sostegno e nell'assistenza militare fornita dal gruppo Wagner, nonché attraverso accordi di cooperazione in materia di sicurezza con ben 43 paesi del continente. Si ha l'impressione che molti paesi africani, se non la maggioranza, subiscano un forte attrattore nei confronti di Mosca, la quale non ha un passato coloniale o neocoloniale paragonabile a quello di Francia, Regno Unito o Stati Uniti, che durante la guerra fredda sostennero spesso movimenti anticomunisti.
Certo, sebbene la presenza e l'influenza russa siano in espansione negli ultimi anni, non possono essere paragonate a quelle cinesi, tenendo presente la vastità delle risorse e la disponibilità di valuta estera che Pechino ha rispetto a Mosca. Tuttavia, gli investimenti cinesi e la presenza economica non sono privi di criticità. Prima della pandemia, tra il 2018 e il 2019, gli investimenti diretti esteri cinesi si sono contratti di quasi il 50%, senza contare alcuni progetti, come la ferrovia a scartamento standard in Kenya, travolti da polemiche e scandali finanziari.
Nonostante ciò, Pechino non mollerà facilmente la presa, poiché l'Africa è troppo importante per il gigante asiatico. Le imprese statali cinesi spesso competono aggressivamente all'estero e operano con un'autonomia limitata rispetto allo Stato. Prendiamo ad esempio Huawei: sebbene sia una società privata, la stragrande maggioranza dei diritti di voto è detenuta da un sindacato affiliato al Partito Comunista cinese. Huawei è stata implicata in scandali di hacking all'interno dell'Unione Africana e nello spionaggio di politici di opposizione in Zambia e Uganda.
Si delinea un quadro complesso e non uniforme, in cui la lotta per l'influenza viene condotta senza esclusione di colpi e influenzata dall'andamento dell'economia interna. L'economia cinese, notoriamente in rallentamento, ha portato a una riduzione delle risorse finanziarie esterne, rendendo la situazione ancora più delicata.
A questo punto, può essere interessante riflettere sulle possibilità che gli attori africani hanno in un contesto così rapidamente mutante, in cui è tornato in scena Donald Trump come uno tsunami. Molti studiosi tendono a presentare i governi africani come impotenti di fronte ai poteri esterni predominanti. Questa tesi ha certamente qualche fondamento, considerando le forme di neocolonialismo che si sono affermate negli anni successivi alla cosiddetta decolonizzazione. Lo schema era abbastanza semplice: i governi africani, asserviti agli interessi delle ex potenze coloniali, potevano sopravvivere solo finché un leader africano non sollevava la testa, reclamando un ruolo maggiore per il proprio paese. Di solito, tali leader venivano eliminati, spesso anche fisicamente. Ricordo qui i casi del capitano Sankara in Burkina Faso e di Patrice Lumumba in Congo, entrambi assassinati perché cercavano di ottenere una maggiore indipendenza per i propri paesi.
Con l'emergere di nuove potenze, in particolare Cina e India, ma anche di altre come la Turchia e gli stati del Golfo, tra cui Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, secondo alcuni studiosi, le élite politiche del continente potrebbero avere più opzioni di bilanciamento rispetto a quelle occidentali. Questo scenario potrebbe consentire loro di giocare strategicamente su più tavoli, eventualmente alleandosi con potenze particolari se ciò fosse percepito come vantaggioso. Tuttavia, si tratta di una politica rischiosa, che ricorda i tempi d'oro della politica italiana, quando il governo della Democrazia Cristiana (DC) era guidato da figure come Fanfani, Andreotti e Moro, o dal Partito Socialista di Craxi, Martelli e De Michelis. Allora, l'Italia, in quanto media potenza, riusciva a destreggiarsi tra i meandri della guerra fredda, ricavando spazi di autonomia oggi impensabili. Anche in Africa, una simile politica potrebbe avere successo se il multilateralismo a livello globale funzionasse. Tuttavia, oggi il multilateralismo sembra essere una parola fuori moda, e le principali organizzazioni multilaterali stanno vivendo una grave crisi. Basta osservare il ruolo marginale che hanno esercitato sia nella crisi ucraina, sia in quella palestinese e nella guerra Iran-Israele.
Tornando all'Africa, è chiaro che la Cina è generalmente meglio posizionata, grazie al regime totalitario e al controllo completo che il Partito Comunista esercita sulle imprese statali, ma anche su quelle parzialmente private. Senza contare le riserve di valuta estera, le politiche bancarie e tanti altri fattori di influenza. Un altro vantaggio che ha l'asse russo-cinese è che offrono sostegno ai vari regimi in termini di sicurezza e sviluppo senza porre troppe domande, a differenza degli standard imposti dall'Unione Europea, che spesso subordinano i finanziamenti allo sviluppo al rispetto di criteri sui diritti umani, sulla politica di genere e sulla governance.
È ancora presto per analizzare la politica africana del presidente Trump, che nella sua prima amministrazione aveva molto trascurato il continente, in parte a causa della sua politica isolazionista. Tuttavia, ciò che sta accadendo nella Repubblica Democratica del Congo, uno dei paesi più ricchi dell'Africa e del mondo, suggerisce che gli Stati Uniti stiano avviando una nuova riflessione; ne parleremo in un prossimo articolo. Sembra che gli Stati Uniti intendano riprendere in mano le redini della loro sfera d'influenza, almeno in questa importante regione rappresentata dal Congo orientale.
Cercando di trarre alcune conclusioni da questa analisi, possiamo affermare che, mentre durante la prima guerra fredda i paesi africani erano spesso alleati o parte del blocco orientale o di quello occidentale, oggi questo scenario sembra di gran lunga meno probabile. In altre parole, è probabile che le élite africane cercheranno di bilanciare le loro posizioni, adottando una postura di equidistanza tra le due superpotenze, tranne nei casi in cui un'alleanza si dimostri fortemente vantaggiosa per la sopravvivenza del regime, come nel caso dell'alleanza degli stati del Sahel.
È verosimile che Russia e Cina sosterranno stati più forti e sovranisti, mentre, come di consueto, l'Occidente premerà per la cosiddetta democratizzazione. Questo vale soprattutto per i paesi dell'Unione Europea, molto meno per gli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump, che sembra preferire interlocutori più forti, se non addirittura autocratici. Una delle frasi più citate di Trump è quella secondo cui al-Sisi in Egitto sarebbe il suo "dittatore preferito".
In un futuro articolo, ci soffermeremo sugli eventi che hanno caratterizzato gli sviluppi recenti sia in Africa occidentale, in particolare in Mali e Burkina Faso, sia nell'Africa dei Grandi Laghi, con particolare riferimento alla situazione nella Repubblica Democratica del Congo, dove sono coinvolti molti altri paesi africani. Non dimentichiamo che il Congo confina con ben nove paesi e rappresenta un gigante, sebbene con "piedi d'argilla".
Esamineremo anche il ruolo esercitato dall'Unione Europea, certamente marginale, e le opportunità che potrebbero presentarsi in futuro.