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By Luigi Scotto il giovedì 30 luglio 2026

Tra il sogno della pace e la realtà della forza: il dilemma di un pacifista realista

Tra il sogno della pace e la realtà della forza: il dilemma di un pacifista realista | Europa Sovrana e Indipendente E.S.I.
Scritto da Luigi Scotto

Tra il sogno della pace e la realtà della forza: il dilemma di un pacifista realista

La politica internazionale come tragedia dei mali minori: quando il riarmo diventa lo strumento paradossale per difendere la deterrenza e non arrendersi alla legge del più forte

Tra il sogno della pace e la realtà della forza: il dilemma di un pacifista realista

C'è una contraddizione che accompagna da sempre il pensiero politico: il desiderio di un mondo senza guerra e la consapevolezza che la guerra sembra essere una componente costante della storia umana.

Da sempre ho pensato che sarebbe meglio riempire i granai piuttosto che gli arsenali. Non è necessario essere ingenui o idealisti per riconoscere che il mondo contemporaneo avrebbe, almeno teoricamente, le risorse tecnologiche ed economiche per garantire a tutti gli esseri umani un livello di vita dignitoso. Il problema della fame, della povertà e dell'assenza di servizi essenziali non nasce più soltanto dalla scarsità delle risorse, ma dalla loro distribuzione, dalle disuguaglianze, dai conflitti e dalle scelte politiche.

Da questo punto di vista la guerra appare come un fallimento della ragione umana.

Eppure la storia ci pone davanti a una realtà difficile da ignorare: l'uomo ha sempre combattuto. Le guerre accompagnano la storia delle civiltà, degli imperi, degli Stati nazionali. La violenza organizzata sembra essere una componente ricorrente della natura umana e della politica.

Anche la riflessione filosofica ha oscillato tra queste due dimensioni.

Da una parte troviamo il realismo di Thomas Hobbes. Nel suo "Leviatano" egli descrive una condizione umana caratterizzata dall'insicurezza e dalla paura reciproca: quando non esiste un'autorità superiore capace di imporre regole, prevale il timore che l'altro possa rappresentare una minaccia. Trasferito ai rapporti internazionali, questo significa che gli Stati vivono in un sistema privo di un vero giudice universale: ciascuno deve preoccuparsi della propria sicurezza.

Dall'altra parte troviamo Immanuel Kant, il filosofo che forse più di ogni altro ha rappresentato la speranza razionale della pace. Nel suo progetto della "pace perpetua" Kant non immaginava una pace ottenuta semplicemente attraverso la buona volontà degli uomini. Era troppo realista per questo. La sua idea era che la pace dovesse essere costruita attraverso istituzioni, diritto internazionale, democrazia e cooperazione tra gli Stati.

Kant rappresenta quindi un punto fondamentale: la pace non è soltanto un sentimento morale, ma un progetto politico.

Il problema nasce quando la storia sembra contraddire questa speranza. Il diritto internazionale appare spesso fragile o addiritura ignorato come oggi fa l'amministrazione statunitense. Non esiste un giudice supremo capace di imporre una decisione universalmente accettata. Anche la distinzione tra aggressore e aggredito può diventare complessa, perché ogni Stato tende a presentare le proprie azioni come difensive. La guerra preventiva nasce proprio da questa logica: "colpisco oggi perché temo che tu possa colpirmi domani".

Ma se ogni Stato può dichiararsi minacciato e ad esempio non ho dubbi che la Russia così si sentisse quando ha attaccato l'Ucraina il rischio è che qualsiasi guerra possa essere giustificata.

Da qui nasce il grande dilemma: meglio una pace ingiusta o una guerra per correggere un'ingiustizia?

La storia dimostra che una pace percepita come umiliante può contenere il germe di un nuovo conflitto. Il Trattato di Versailles, dopo la Prima guerra mondiale, è diventato il simbolo di questo problema. La punizione inflitta alla Germania contribuì a creare un clima di risentimento che favorì la crescita del nazionalismo estremo. La pace ottenuta attraverso l'umiliazione del vinto può trasformarsi in una tregua temporanea.

Ma anche il contrario è vero: una pace che accetta ogni aggressione rischia di premiare l'uso della forza.

È questo il dramma della politica internazionale: bisogna evitare la guerra senza rendere conveniente l'aggressione.

In questa tensione nasce il mio stesso conflitto interiore. Da una parte il pacifismo dell'animo, il rifiuto della sofferenza e della distruzione provocata dalle guerre. Dall'altra il realismo della mente, che osserva un mondo nel quale esistono Stati armati fino ai denti, interessi contrapposti e potenze disposte a usare la forza.

Questa consapevolezza mi aveva portato anche ad avvicinarmi ESI un movimento di persone idealiste e realiste favorevole al riarmo europeo, visto non come preparazione alla guerra, ma come tentativo di recuperare una sovranità strategica perduta e costruire una capacità di deterrenza autonoma che giustamente si contrappone ad un'idea di Europa antirussa e prona a interessi non suoi. L'idea è relativamente semplice: se la pace deve essere difesa, anche la pace ha bisogno di strumenti di difesa.

Ma questa posizione non ha  eliminato il mio disagio morale. Perché il rischio è che il mezzo diventi il fine, che la sicurezza venga identificata soltanto con la forza militare e che la logica degli arsenali finisca per alimentare proprio quella paura che vorrebbe combattere.

Il pensiero di Raymond Aron forse aiuta a comprendere questa tragedia. Aron, grande studioso delle relazioni internazionali, sosteneva che la politica fosse il regno delle scelte difficili, non delle soluzioni perfette. La politica internazionale è tragica perché spesso non mette davanti al decisore il bene contro il male, ma il confronto tra mali diversi.

Anche Reinhold Niebuhr aveva insistito su questo punto: gli individui possono aspirare alla moralità, ma i gruppi e gli Stati sono condizionati da interessi, paure e lotte di potere. L'idealismo senza realismo rischia l'impotenza; il realismo senza morale rischia il cinismo.

Forse la sintesi possibile sta proprio qui: non scegliere tra pace e sicurezza, ma concepire la sicurezza come uno strumento al servizio della pace.

Il riarmo può avere due significati opposti. Può essere il segnale di una preparazione alla guerra, oppure può essere uno strumento di deterrenza per evitare che qualcuno pensi di poter vincere facilmente una guerra.

La differenza non sta soltanto nelle armi, ma nella politica che le governa.

Un mondo senza armi rimane l'orizzonte morale più alto. Ma un mondo senza regole e senza capacità di difendersi rischia di diventare un mondo in cui la pace dipende soltanto dalla volontà del più forte.

Il vero compito della politica dovrebbe allora essere quello di mantenere questa difficile tensione: costruire strumenti capaci di impedire la guerra, senza mai smettere di lavorare per un mondo in cui la guerra diventi sempre meno necessaria.

Forse il dramma dell'uomo contemporaneo è proprio questo: essere abbastanza razionale da desiderare la pace, ma non abbastanza saggio da sapere sempre come raggiungerla.

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